Carne Coltivata in Laboratorio: un futuro sostenibile a portata di mano
Gennaio 17, 2025
Tecnologia
Negli ultimi anni, il concetto di carne coltivata in laboratorio è passato dall’essere un’idea futuristica a una realtà tangibile che promette di rivoluzionare il settore alimentare. Questa innovazione si pone come soluzione sostenibile per affrontare alcune delle più grandi sfide globali: l’impatto ambientale dell’allevamento intensivo, il benessere animale e la crescente domanda mondiale di proteine. Ma cosa si intende esattamente per carne coltivata? E come funziona questo processo innovativo? In questo articolo, esploreremo i benefici, la storia, la scienza e le prospettive future della carne coltivata in laboratorio.
Perché la carne coltivata rappresenta il futuro
La carne coltivata offre numerosi benefici che la rendono una soluzione promettente per affrontare alcune delle sfide più urgenti legate alla produzione alimentare globale. Uno dei vantaggi più significativi è la drastica riduzione dell’impatto ambientale. Secondo uno studio condotto dall’Università di Oxford, la produzione di carne coltivata potrebbe abbattere le emissioni di gas serra fino al 96%, ridurre il consumo di acqua dell’82% e diminuire l’uso del suolo del 99% rispetto alla carne tradizionale. Questo significa che, in un mondo in cui la popolazione è in continua crescita e le risorse naturali si fanno sempre più scarse, la carne coltivata potrebbe rappresentare un’alternativa sostenibile e responsabile.
Infine, c’è il tema cruciale della sicurezza alimentare. Poiché viene prodotta in un ambiente sterile e controllato, la carne coltivata ha un rischio significativamente inferiore di contaminazione batterica rispetto alla carne tradizionale. Inoltre, la sua produzione non richiede l’uso di antibiotici, riducendo il rischio legato all’antibiotico-resistenza, una delle principali preoccupazioni sanitarie a livello globale. Questi vantaggi combinati rendono la carne coltivata non solo un’innovazione tecnologica, ma anche una promessa per un futuro alimentare più sostenibile e sicuro.
Ma di cosa si tratta?
Conosciuta anche come carne cellulare o carne in vitro, si tratta di un prodotto creato partendo da cellule animali coltivate in un ambiente controllato. A differenza della carne tradizionale, non richiede l’allevamento e la macellazione di animali, ma utilizza tecniche di bioingegneria per riprodurre il tessuto muscolare. L’obiettivo è fornire un prodotto identico alla carne convenzionale riducendo al contempo l’impatto sull’ambiente.
L’idea di coltivare carne in laboratorio ha radici più antiche di quanto si potrebbe pensare, risale al XX secolo. Già nel 1931, Winston Churchill aveva immaginato un futuro in cui sarebbe stato possibile “far crescere solo le parti commestibili degli animali invece di allevare intere creature.”
Tuttavia, per il primo esperimento concreto bisognerà aspettare il 2000, quando Willem van Eelen, considerato il “padre della carne coltivata,” brevettò la tecnologia di coltivazione cellulare. Van Eelen ha il merito di aver anticipato molte delle tecniche oggi utilizzate. La sua visione prevedeva la possibilità di creare un prodotto sostenibile, etico e identico alla carne tradizionale in termini di struttura e sapore, ma prodotto in un ambiente completamente controllato. La tecnologia di Willem van Eelen era basata sull’idea di utilizzare cellule animali coltivate in laboratorio per creare carne commestibile senza dover allevare o macellare animali. Il cuore del suo approccio consisteva nella coltivazione cellulare tramite l’uso di un mezzo di coltura ricco di nutrienti e l’applicazione di tecniche di ingegneria dei tessuti. Nonostante in vita non sia riuscito a vedere la commercializzazione su larga scala del suo sogno, la sua ricerca ha ispirato una nuova generazione di scienziati e imprenditori nel campo della carne cellulare.
La vera svolta nella storia della carne coltivata avvenne nel 2013, quando il professor Mark Post dell’Università di Maastricht presentò al mondo il primo hamburger coltivato in laboratorio, con un costo di produzione astronomico di 290.000 euro. Nel 2015 il professor Post proseguì il suo lavoro co-fondando Mosa Meat, una start up olandese dedicata alla produzione di carne coltivata su scala commerciale, il cui scopo è riuscire ad ottimizzare i processi, ridurre i costi e affrontare le sfide legate alla produzione su larga scala.
Ad oggi i team di ricerca e le aziende impegnate nel tentativo di superare gli ostacoli incontrati da Post si sono moltiplicate in tutto il mondo.

Come nasce la carne coltivata
Tutto inizia con il prelievo di cellule staminali da un animale vivo, attraverso una biopsia minima. Queste cellule sono speciali perché possono crescere e trasformarsi in cellule muscolari, di grasso e tessuti connettivi, tutti elementi che compongono la carne.
Le cellule vengono poi messe in un mezzo di coltura ricco di nutrienti come zuccheri, proteine, minerali e fattori di crescita, che aiutano le cellule a moltiplicarsi proprio come farebbero all’interno di un organismo. Questo processo avviene in grandi macchinari chiamati bioreattori, che mantengono la temperatura, l’ossigeno e le altre condizioni ideali per la crescita cellulare.
Una delle tecnologie più innovative oggi è l’uso di scaffold biodegradabili, strutture tridimensionali che aiutano le cellule a organizzarsi in modo da creare una consistenza simile al muscolo. Inoltre, grazie a nuove tecniche di ingegneria genetica, alcune cellule sono state modificate per produrre autonomamente i fattori di crescita necessari, riducendo i costi e migliorando l’efficienza.
Infine, per migliorare il sapore e la succosità, molte aziende combinano i tessuti muscolari coltivati con cellule di grasso, creando un prodotto che replica il gusto e la consistenza della carne tradizionale. Questo processo, pur ancora in evoluzione, sta diventando sempre più sostenibile ed economico, avvicinando la carne coltivata al mercato di massa.
Tra le aziende che si stanno distinguendo per i loro risultati nel settore troviamo Eat Just, un’azienda statunitense tra le prime a utilizzare mezzi di coltura privi di derivati animali, combinando proteine vegetali per supportare la crescita cellulare a costi più contenuti.
Future Meat Technologies, con sede in Israele, ha introdotto bioreattori più compatti e altamente efficienti, capaci di ridurre il consumo energetico del 70% rispetto agli standard attuali.
Altri progressi significativi derivano dall’ingegneria genetica. Ricercatori dell’Università di Tufts hanno sviluppato cellule staminali che producono autonomamente i fattori di crescita essenziali, eliminando la necessità di aggiungere sieri costosi al mezzo di coltura. Questo approccio potrebbe ridurre i costi di produzione fino al 90%. Inoltre, startup come Upside Foods stanno sperimentando scaffold avanzati, realizzati con materiali biodegradabili ed economici, che migliorano la struttura della carne mantenendo bassi i costi.
Infine, aziende come Shiok Meats, specializzate nella produzione di carne di frutti di mare coltivata, stanno adattando bioreattori specifici per tessuti marini, un’ulteriore diversificazione che potrebbe accelerare l’adozione commerciale della carne coltivata e favorire economie di scala più ampie. L’insieme di questi sforzi dimostra come l’intero settore stia collaborando per superare le sfide economiche e portare la carne coltivata dal laboratorio alle tavole dei consumatori.

Ostacoli e traguardi futuri
Nonostante gli evidenti progressi raggiunti in un tempo decisamente breve, la carne coltivata rimane costosa. Attualmente, il costo di produzione è diminuito a circa 50 euro per 100 grammi, ma è ancora troppo alto per competere con la carne tradizionale.
Un’altra sfida che il campo si trova ad affrontare è sicuramente quello normativo, le normative infatti variano ampiamente da un paese all’altro. Singapore è stato il primo paese a dare il via libera alla vendita di carne coltivata nel 2020.
In Italia, invece, una legge approvata nel 2023 ha vietato la produzione e la vendita di carne coltivata. Senza contare le barriere psicologiche che un prodotto così innovativo e poco conosciuto desta nella maggior parte dei consumatori.
Ma è la produzione su larga scala a rappresentare ancora l’ostacolo principale alla sua diffusione. I bioreattori attualmente in uso non sono infatti sufficienti per soddisfare una domanda di massa.
Nonostante ciò la carne coltivata rappresenta indubbiamente una delle innovazioni più promettenti per affrontare le sfide ambientali, etiche e sanitarie dell’industria alimentare.
Mentre il dibattito continua, è chiaro che questa tecnologia ha il potenziale di coesistere con le alternative plant based, offrendo ai consumatori una scelta più ampia e sostenibile. La domanda ora non è più se la carne coltivata diventerà una realtà di mercato, ma quando sarà in grado di aiutarci ad evolvere le nostre abitudini alimentari.
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